Inaugurato un monumento ai caduti

AFRAGOLA - Domenica 19 marzo 1995 in pineta era festa grande.
Dopo anni di attese, di lotte, di speranze, veniva inaugurato il Monumento ai Caduti di Afragola nella Guerra 1940-45.
Presenti altissime autorità, civili e militari: il Comandante di Squadra, Comandante del Basso Tirreno e della N.A.T.O. Ammiraglio Angeli; il Presidente della Giunta Regionale Giovanni Grasso, che ha tenuto un discorso di circostanza; il Sindaco di Afragola, che ha portato il saluto della Città ricordando il sacrificio dei 194 Caduti; l’ Avv. Eugenio Sibilio, Consigliere Nazionale in rappresentanza del Presidente Nazionale dell’Associazione Combattenti e Reduci, nonché Presidente Regionale della provincia di Napoli il quale ha tenuto un alto e impegnato discorso per l’occasione; l’Avv. Armando Izzo, Maggiore di Fanteria dell’Esercito e Comandante di Divisione Partigiana, nonché oratore ufficiale della manifestazione, che si è profuso in un toccante intervento durato circa mezz’ora; generali dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e molte altre autorità, che hanno onorato con la loro presenza un avvenimento importante e storico per la nostra Afragola.
“L’inaugurazione di questo Monumento ai Caduti della nostra città, nella guerra 1940/45, - proclamava l’Avv. Izzo nel suo commovente discorso alla cerimonia - deve rappresentare anzitutto un momento di meditazione e di riflessione per tutta la cittadinanza e per i presenti. Un momento di meditazione e di riflessione per le famiglie dei caduti: le vedove, gli orfani, i parenti. Quante lacrime versate di nascosto, - continua Izzo, medaglia d’argento al V.M. - quante preghiere, quanti voti, quanti ceri si sono consumati, quante fotografie sono state poste sotto la protezione del Santo, in questo Santuario di S. Antonio, che testimonia secoli di storia religiosa e civile della nostra città; e questi genitori chiedevano di poter rivedere i propri figli e poi morire”.
“La cerimonia odierna - afferma l’Avv. Eugenio Sibilio, Presidente Regionale di un Ente che annovera tra le sue finalità statuarie primarie il culto della patria, la glorificazione dei caduti di tutte le guerre e la perpetuazione della loro memoria - lungi dall’essere una semplice cerimonia protocollare e di maniera; si eleva per attingere ai vertici più alti, più nobili di un rito che per noi combattenti rimarrà sacro, anche se un dilagante materialismo conformistico sembra voler dissolvere quelli che sono i valori eterni dello spirito. Noi, nonostante tutte le brutture del particolare momento della vita nazionale, crediamo, ancora fermamente crediamo, nella perenne validità dei valori morali”.
E il monumento si erge a vessillo, tra alberi, scuole e chiese. Sta lì, silenzioso, in un punto cruciale della nostra città, un punto di passaggio, un crocevia cittadino. Sta lì come testimonianza, come prova che il passato, quel passato, c’è ancora. C’è negli occhi e nella mente di chi non ha dimenticato, perché segnato profondamente, moralmente e fisicamente da quella esperienza.
C’è negli occhi di tanta gente, che da quell’ esperienza non ha tratto alcun frutto e usa la forza, la violenza e l’arroganza per difendere i propri interessi, per affermare il proprio egoismo o per costruire barriere intorno alla propria ignoranza.
C’è negli occhi di tanti, tantissimi bambini che ogni giorno muoiono, per guerre feroci ed efferate di cui nemmeno conoscono il senso.
Monito, dicevo, di un tempo che copre con la sua ombra l’oggi. Ombra ferale, che ancora si estrinseca in tantissime manifestazioni della vita cittadina.
Ombra che ammanta di oscurità e confusione il momento politico che stiamo vivendo, che si afferma nella politica clientelare, nella politica della poltrona, nella politica dell’interesse di parte.
Ombra che si proietta come un cono di eclisse totale e che oscura tutto: la capacità di vedere e di discernere ciò che veramente ha valore, la capacità di essere umili di fronte alla verità, la capacità di mettersi in discussione, di verificare, di ascoltare, di ricostruirsi.
Di fronte a quest’altro monumento ai caduti, sul cui freddo marmo sono scolpiti più di 194 nomi, non basta gridare: “MAI PIU’!” - come è scritto sul monumento afragolese. Non Basta.
Non basta affermare di essere contro ogni forma di violenza. Bisogna lottare. Bisogna fare la guerra. Bisogna richiamare alle armi i partigiani e combattere; combattere prima che l’uomo perda, definitivamente; combattere proclamando la verità, ad alta voce se serve, suscitando magari le proteste accorate e reiterate delle grosse sacche, ultraresistenti, arroganti e presuntuose, di chi, nella sua mediocrità cognitiva, contribuisce a mantenere l’uomo in schiavitù.
Eppure un buon generale sa anche di dover essere paziente. Conosce, peraltro, molte astuzie, tra cui la ritirata strategica. Il suo scopo è principalmente quello di evitare di attaccare sguarnito e senza retrovie, di modo che il cecchino di turno (fuor di metafora l’mprovvisato avvocato di turno) che spara alla cieca senza conoscere nemmeno l’uso del fucile (forse non sa nemmeno di avere in mano un fucile) possa rovinare tutto.
Ciò non significa rinunciare all’attacco. L’attacco è efficace se paziente e costante. Paziente e costante in quanto espressione di una forte determinazione, resa più coriacea allorquando il nemico di difende arroccandosi. Allora non resta che l’assedio; assedio alle forti mura dell’ignoranza, alle forti mura del partito preso, alle alte mura di una città che difende la morte, che difende a spada tratta il triste monumento ai caduti di una verità non detta, una verità scomoda, di una verità che libera l’uomo e lo fa persona.


Da 'Afragola Oggi' del 02-04-1995

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