L'ultima fuga

Il gesto disperato di Michelangelo Castaldo forse da relazionare alla tragica condizione della famiglia

Afragola - Era un pomeriggio buio, quello del 10 aprile. A via Kuliynciov tutto sembrava tranquillo fin quando la spessa coltre del silenzio viene lacerata da grida strazianti. Michelangelo. Il nome viene urlato con angosciosa insistenza. Si tratta proprio di lui. Sedici anni, un ragazzo tranquillo, timido, discreto; trovato morto, impiccato, nel cantinato di casa. “Faceva di tutto - dice un vicino - Lo vedevo ogni mattina alle cinque, o giù di lì, che si avviava con la Renault stracolma di cassette e attrezzi da campagna verso l’appezzamento che coltivava con il padre”. Una famiglia sfortunata, piena di guai. Padre plurinfartuato, sorella paralizzata, madre ammalata di cancro, che Michelangelo vedeva spegnersi giorno per giorno. “Era quello che gestiva un po’ tutto, in casa e nel lavoro. Accudiva la sorella, preoccupandosi di cambiarla a qualsiasi ora ce ne fosse bisogno - afferma con le lacrime agli occhi , la vicina, nonostante sia passato qualche giorno dal fatto - ed era legatissimo alla famiglia. Lavorava la terra per non permettere che il padre, con problemi di cuore, si stancasse oltremodo; usciva pochissimo e per giunta il suo unico amico, con il quale saltuariamente frequentava la piazza, da qualche tempo era fuori per lavoro. Qualche volta - racconta a fatica la signora del portone accanto - l’ho visto con gli occhi lucidi, triste, abbattuto”. “I parenti - incalza un amico di famiglia - non gli avevano rilevato la vera malattia della madre per non permettere allo sconforto di prendere il sopravvento”. Michelangelo, però, forse origliando, forse leggendo esami clinici, ne viene, in un modo o in un’altro, a conoscenza. Il peso del dolore , in un oceano di solitudine, si abbatte tremendo, inabissando quella dolce e giovane vita nel regno umbratile dell’ultima ed eterna fuga.


Dal 'Sud' del 27-04-1996

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